Paolo Ceccacci

Ricominciare da zero virgola cinque

Depressioni alternative

Questa, cari sostenitori delle “medicine alternative”, non ve la concedo e non ci andrò leggero.

Potete curare tutti i raffreddori e i mal di pancia del mondo col reiki, con l’omeopatia e pure con la pranoterapia, non mi importa; potete tentare di alleviare i disturbi di una rinite allergica, di una lieve cefalea o di una contusione con i ritrovati della nonna e pure con il tanto a voi caro bicarbonato e limone (o limone e peperoncino, a seconda dei gusti), ma la depressione e le patologie gravi come il cancro dovete lasciarle trattare ai professionisti!

Del cancro non posso parlare, così come anche di molte altre malattie gravi come la SLA e malattie più rare di cui non riuscirei neanche a pronunciare il nome, ma la depressione la conosco bene, da vicino. Troppo da vicino.

I vostri infusi di erbe, le vosrte soluzioni diluite a potenze di infinito che altro non sono che acqua fresca, i vostri ritrovati millenari teneteli per voi perché la depressione è una patologia grave.

Molti potrebbero sorridere: ne ho visti tanti sottovalutare la depressione solo perché oggi va di moda. Basta che si è infelici per la vita che si conduce o perché non si ha l’ultimo modello dell’iCoso per definirsi depressi.

No, la depressione è ben altro.

È un’ombra che ti segue come un mostro da cui cerchi di fuggire e, proprio quando pensi di esserti nascosto bene, ti serra le mani intorno alla gola e tu annaspi, arranchi e, come un sub che ha perso le bombole, tenti di risalire in superficie, di riguadagnare la lucidità e l’aria, ma la mancanza di ossigeno ti toglie le forze.

Solo chi ha avuto questa esperienza può sapere di cosa parlo: di come tutto ciò che hai ottenuto con le tue forze o che ti è stato donato appaia come inutile, grigio e triste; di come tu riesca, in un primo momento, a percepire il dolore del mondo, dell’universo intero e a farlo tuo, a soffrirne nel silenzio della tua solitudine e che poi, in un secondo momento, allontani da te perché del dolore del mondo e dell’universo, ormai, non te ne frega più niente.

Sai bene che non è così, sai bene che passerà, forse, ma il gorgo ti trascina nel profondo. È un baratro che ben conosci e, spesso, ami ricaderci perché ti dà sicurezza, ma quando ci sei dentro non vuoi altro che uscirne.

E non ci riesci.

Non chiedi aiuto perché sai, per esperienza, che nessuno può aiutarti e che se tendi una mano rischi di trascinare chi l’afferra con te.

Non è un cancro, non è una malattia rara, non è qualcosa che puoi ben identificare e non hai una sostanza da incolpare vilmente e meschinamente come nelle tossicodipendenze o nell’alcolismo. Non è tutte queste cose che uccidono, ma può uccidere.

Non confondete il capriccio di un viziato col dramma di un depresso!
E non curatelo se non sapete con che demone avete a che fare. Non dovrebbe esservi consentito!

Soprattutto non osate misurare l’altrui dolore!

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